Nocturnal

(2004)

 

 

 

 

Antonio Bibalo

Study in blue

Roland Dyens

Sonatina libra

Alojz Srebotnjak

Due movimenti

Federico Mompou

Suite Compostelana

Benjamin Britten

Nocturnal after John Dowland op.70

 

 

 

 

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“Come, heavy Sleep, the image of true Death,

And close up these my weary weeping eyes,

Whose spring of tears doth stop my vital breath,

And tears my heart with Sorrow’s sigh-swoll’n cries.

Come and possess my tired thought-worn soul,

That living dies, till thou on me be stole.”

Considerato uno dei capisaldi della letteratura chitarristica del ’900, il ”Nocturnal after John Dowland” op. 70 di Benjamin Britten (1913–1976), è l’immagine sonora che meglio descrive l’auspicato traguardo intellettuale della chitarra nei confronti della cosiddetta “arte assoluta”. Composto nel 1963 al termine di un lungo percorso preparatorio, e presentato l’anno successivo da Julian Bream al Festival di Aldeburgh, rivela inequivocabile il sentimento di appartenenza culturale del compositore britannico che, lontano da virtuose influenze segoviane, rappresenta attraverso lo “strumento chitarra” l’irresistibile epopea dei liutisti e virginalisti inglesi di epoca rinascimentale, a contraddistinguere quell’humus elisabettiano vivo tutt’oggi. Per il ”Nocturnal”, Britten definisce “variazioni” quelle che in realtà sono dei semplici quadri sonori nei riguardi dei quali risulta indispensabile chiave d’ascolto l’elemento didascalico (peraltro ampiamente presente in partitura), e quantomai vicino all’ideale poetico ha generato l’opera (Songs  or Ayres of four parts,1597). Citazioni evocative “Come, heavy sleep” si mescolano con indicazioni esecutive “Very agitaded”, in una spirale costante che indirizza l’ascoltatore verso una dimensione di lucida approvazione all’incalzare di quel traguardo dowlandiano raggiunto solo al termine di un percorso finale (Passacaglia), irto di sovrapposizioni ritmiche e di germinazioni polifoniche. Britten con la sua opera rende alla chitarra quell’onore e quella purificazione che solo pochissimi autori di epoca appena precedente alla sua sono riusciti a determinare; scevro da richiami diafani il “Nocturnal” esprime altresì l’esperienza di un contatto con la strada del riconoscimento logico piuttosto che spontaneo; si veste di umori solo apparentemente eterei (il sogno) per poter liberare  la “sublime arte” dell’intelletto, coltivata e poi raccolta da incessanti, talvolta ironiche palpitazioni poetiche di un “a soft as possible” che chiede alla musica propria intelligenza.

 

Del compositore Antonio Bibalo, nato a Trieste nel 1922, viene presentato il suo unico lavoro dedicato alla chitarra sola: “Study in blue”. Dal carattere indipendente da radici culturali, il brano di Bibalo fa interpretare alla chitarra il suo ruolo più evidente, ovvero quello dello strumento che oggi più degli altri può venir compreso dalle diverse culture. Considerato uno dei maggiori compositori del nord Europa, Bibalo ha intrapreso da molti anni nella sua terra d’adozione, la Norvegia, la strada della definizione stilistica cosiddetta “world art consort”, ciò anche attraverso rivisitazioni di unità stilistiche del passato peraltro mai rinnegate. Attivo come operista, deve gran parte del proprio successo a “The Smile at the Foot of Ladder” (1962) su testo di A.Miller, a cui succedono molti altri lavori sia per il teatro che per ensembles strumentali. Con “Study in blue” per chitarra (1983) le delicate trame, che rarefatte germinazioni di due e tre note propongono fin dalle prime battute, si infittiscono progressivamente con scansioni sempre meglio definite, a raggiungere infine quella completezza espressiva che rende il brano soluto.

 

La “Sonatina libra” di Roland Dyens (1955) appartiene alle opere per chitarra più recenti, in cui l’aspetto concettuale che aveva contraddistinto i lavori degli ultimi trent’ anni perde quel riferimento interiore a favore di atmosfere ben definite. Formatosi (come chitarrista) alla straordinaria scuola di Alberto Ponce, soltanto dopo aver esplorato il grande repertorio ottocentesco Roland Dyens si dedica con crescente convinzione anche alla composizione, per divenire in breve tempo un punto di riferimento nei repertori internazionali. La sua esplorazione riguarda soprattutto le capacità espressive della chitarra, con l’introduzione di delicati effetti sonori, di tocco, di tenuta del suono, per presentare infine una sua personale differenza rispetto alla comune visione dello strumento. Autore di musiche per il cinema, di versioni strumentali di musica popolare, di inconsueti ensemble (ottetto di chitarre), Dyens gioca con i nomi e con i paradossi; la stessa “Sonatina libra” nulla  ha che vedere nel titolo con il concetto di libertà (si tratta di “divertissement” – gioco di parole), a differenza dei contenuti dai quali trasuda il bisogno dell’autore di viaggiare: l’India, le sonorità del Brasile, il suo stesso essere nato a Tunisi, nell’ “altra Francia”, lo porta inequivocabilmente in una libera dimensione esteriore. Costruita su modelli quasi romantici, la “Sonatina libra” trasporta l’ascoltatore in un esotico viaggio attraverso fantastici presagi, fra i quali merita degna cornice il secondo dei tre movimenti dove la poesia di inconsuete combinazioni armoniche prende il sopravvento, sublima come in un fuoco fatuo fra le ricercate atmosfere parigine dalle quali il viaggio è partito. Le scordature, i rasgueadi, i “touchè” si confondono così nei colori, nei travolgenti tourbillon ritmici dell’ultimo movimento verso una semplice bellezza algebrica, la stessa già osservata nel medioevo dal livornese Fibonacci, e oggi ripresa da compositori come Riley, Maxwell-Davies e Brouwer.

 

I “Due Movimenti” per chitarra dello sloveno Alojz Srebotnjak (1931) rivelano anticipazioni metafisiche di chiavi sonore appartenute (e tutt’oggi presenti) in tutta l’area nord balcanica. Di estrazione meditativa, il primo (dei due movimenti), identifica nel gusto della ”sottrazione” matematica la costante di intervalli paralleli, in cui vari inserimenti di accumulazioni ritmiche producono un senso di sospensione quasi trascendentale. L’amplificazione metronomica del secondo movimento produce, in prospettiva temporale, il richiamo di fondamentali scansioni miste su misure di 5 e 7, incastrate successivamente su progressivi temi prodotti con violente sequenze accordali,  dichiarati omaggi del compositore al mondo popolare macedone. Composti su insistenza del chitarrista triestino Bruno Tonazzi, i “Due Movimenti” assumono  per la chitarra un significato ben più ampio rispetto alla localizzazione dell’idea primaria; il concetto traspositivo pertanto viene costantemente sormontato da quello semantico in cui leggere segnali di esoterica filosofia.

 

Dello spagnolo Federico Mompou (1893-1987) si ammira più che in altri compositori suoi conterranei, l’impalpabile elemento di eterea descrizione che gli ha permesso di essere considerato il più ”francese” tra quegli artisti che proprio a Parigi convergevano nei primi anni del ’900 a “costruire” il cosiddetto impressionismo. Raffinato pianista, scrive la “Suite compostelana” dopo l’incontro con Segovia in un concerto privato a Marsiglia, poco prima della partenza del Maestro verso il Messico dove a breve un altro pianista, Manuel Maria Ponce, avrebbe segnato la storia della chitarra. L’impressionismo di Mompou è tuttavia ancor più intimo rispetto alla ”cifra” che lo considera tale; la chitarra diviene lei stessa intimismo e il procedere prudente delle frasi scritte quasi un pregio, una voluta insicurezza. Ammiratore mai pago dell’arte bachiana, Mompou utilizza quei severi schemi anche per la “Suite compostelana”, velando tuttavia di malinconica tristezza i movimenti lenti dell’opera. Dedicata a Segovia, la Suite in realtà fu ispirata dal vivissimo sentimento religioso che Mompou  nutriva nei confronti della comunità ecclesiastica di Santiago de Compostela, luogo dove del resto avvenne la prima esecuzione e dalla quale la suite prende il nome.

 

Parlare di chitarra oggi, dello strumento che ha vissuto nell’ultimo secolo quella progressione straordinaria che tutti conosciamo significa mescolare mille nomi e mille volti di quanti l’hanno amato e sostenuto. Ma il tempo, dalla sua micidiale trafila ha promosso quell’ arte alata che in nome di un significato profondo rivela la consistenza del gesto; non corda, non legna, ma solo purezza. Marko Feri racconta con i suoni la timidezza di uno strumento nobile e capriccioso, per farlo vibrare o piangere perché così vuole l’istinto supremo. La sua chitarra non è “tecnica”, non è “studio”, ma solo e semplicemente metafisica partecipazione.

 

Giorgio Tortora

 

Registrato: Settembre-Ottobre 2003

Cover: Laura Grusovin